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Nome: Matteo
... un po' di insano spirito tragico, smisurata possessione musicale e fastidioso senso dell'umorismo.
mi avete avvistato tra le stelle *loading* volte




Le ho viste nel vento,
sentite nell'anima,
candele, città degli uomini
e dentro le candele, uomini.
Gospel muto, mura di nubi.
Udivo tremanti,
ardenti,
vibranti,
note di jazz nella sera.
Note Tunes
di of
Jazz
nella in the
Sera Evening
E nel vento
velato, chiaro,
un mistero,
su, nel profondo
giù, nell'infinito
e over and over there,
... nel vero.
Non voglio tornare a casa, ancora,
ma abbracciare tutto questo blu,
per scoprire da dove nascono i sogni;
assaporare ogni istante della notte,
attraverso gli occhi di un Barbagianni,
col passo felpato di una volpe,
il prudente vagare di un istrice;
seguire il blu fuggendo l'Aurora,
la sua brezza triste,
i suoi occhi pieni di lacrime,
e le membra tremanti per i pungenti bisbiglii invernali.
Come una leggerissima sfera di vetro sottile, l'essenza si distaccò dalla mente; continuava a crescere, alimentata da quelle sonorità viniliche provenienti dal giradischi, ora sempre più lontane e soffuse... Infine, iniziò ad attecchire sulle pareti, sul pavimento, sul soffitto della stanza senza far rumore, ma ovattando gradualmente tutti i suoni proveniente dall'ambiente interno ed esterno, fino a creare un'atmosfera onirica e surreale.
Si entrava in un'altra dimensione, non speculare, ma estesa della realtà. I pensieri non scorrevano più, ma fluttuavano; i gesti, lenti, come in un profondo abisso, ed il respiro, basso, quasi impercettibile.
Il tavolo, le sedie, il giradischi, il divano, il corpo, tutto non era a contatto che con la propria aura; ogni oggetto, pur inanimato, non circondato che dalla sua energia.
E lì, la percezione di un'Energia Suprema che tutto governa, che tutto alimenta, e che a tutto dà forma e sostanza.
Nell'aria, stasera.
L'Arte non è un dono, perchè ha l'altissimo prezzo della rinuncia ai sentimenti, che diventano strumento per emozioni di consumo altrui e sfuggono dalle mani e dal cuore dell'individuo che si è consacrato ad Essa.
E' allora una vocazione, una missione alla quale si è chiamati completamente privi della possibiità di tirarsi indietro; è una sublime schiavitù, una prigionia di suoni e colori.
Ma l'incapacità di emozionarsi di fronte all'Umano è una condizione dura da accettare.
Una nuova notte avvolge la vecchia torre, e il barbagianni osserva l'ultima candela spegnersi; è' ancora tempo di volare, alla ricerca di quel sè che sembra ogni giorno più indecifrabile, e che continua ad annegare nel Bello.
Rassegnato mi siedo, e tutto ad un tratto si fa buio: le pareti della stanza iniziano velocemente ad allonanarsi da me, il soffitto ad alzarsi, il pavimento a dematerializzarsi; tutto tace, e mi ritrovo seduto nel vuoto.
E' un vuoto che conosco... ci sono già stato... privo di idee, privo di ispirazioni.
Di nuovo nella solitudine, dove il cuore si riposa ma l'Anima dolorosamente si svuota.
Non mi resta che spiegare di nuovo le bianche ali e cavalcare la notte come un tempo...
Un Barbagianni sorvola tempi e luoghi già vissuti, che scorrono sotto di lui come in uno zootropio; sa che è tempo di raggiungere le vecchie torri abbandonate, piene di ragnatele e di quell'umidità che non se ne andrà mai; è tempo di tirar fuori dall'armadio vecchi mantelli pieni di strappi, di cicatrici.
Il Crepuscolo scende, sul Castello, un Sigaro brilla già, lo si vede anche da lontano; l'ultima goccia d'inchiostro versata su vecchie scartoffie; tutto si esaurisce nuovamente, ed un altro capitolo, sempre vissuto, sempre intenso, della mia storia, volge silenziosamente al termine.
Star qui è un po' come scorrere velocemente le immagini di un libro... senza sfogliarne le pagine, sorseggiando un caffè.
Gente che va e che viene. Qualcuno si sofferma un po' di più, altri vanno di fretta.
Mi piace anche quel continuo passaggio di automobili: non disturbano, ma cullano gli occhi, e sono alla distanza giusta da farmi percepire il suono di un asfalto accarezzato, non solcato; incrociandosi per la strada, esse aprono e chiudono piccoli sipari davanti a me negandomi ad intervalli irregolari l'orizzonte.
E' come se i miei pensieri volessero partire ma fossero continuamente costretti a rimanere con me, nella mia tazzina. E ne sono felice.
Voglio essere come questo caffè: concentrato.
E' un'arpa che disegna la via,
che sognante dipinge di scintille un profondo cielo notturno,
giocando sulla luna e attraversando le nubi,
su e giù, più su... e ancora giù
una colata d'oro,
dolce, pizzicato,
un fluido angelico.
Nel cielo,
notturno.
Nient'altro che echi. Certe parole non tacciono mai; anche costrette in una dimensione dimenticata, come echi esse continuano a risuonare nel vento, vecchie canzoni ormai impresse nella memoria.
Che sia nella nostra natura escluderle, perchè vecchie e scomode, ed arginarle? .. E vale poi veramente la pena di cullarsi in quell'agnognato quieto vivere, quando tanta quiete scenderà sulla nostra (non) esistenza da morti?
Eppure... echi, echi e riverberi; sempre troppo effimeri da mettere su carta, e sempre troppo intensi da narrare.
Sorvolo?
... mai fu più appropriato. Sorvolo.
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